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Father forgets

Tratto dal libro Come trattare gli altri e farseli amici scritto da Dale Carnegie nel 1936.

Father Forgets è uno di quei brani che, buttato giù in un momento di sincerità, tocca il cuore a cosi’ tanti lettori da diventare un classico. Dal suo primo apparire è stato riproposto”, scrive il suo autore W. Livingstone Larned, “in centinaia di riviste e giornali in tutto il paese. E’ stato stampato in quasi tutte le lingue esistenti. Ho dato personalmente il permesso a centinaia di persone desiderose di leggerlo a scuola, in chiesa, a teatro. E’ stato trasmesso in innumerevoli occasioni su tutte le reti televisive. E’ stato anche ristampato sui periodici e le riviste di molte scuole. A volte un breve scritto raggiunge inaspettatamente il massimo della popolarità: e questo è il caso del mio brano”.

mani

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.

E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola, perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamano sulla faccia, perché‚ non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare ed io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao, papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E tutto è ricominciato nel tardo pomeriggio, perché‚ quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. “Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura!”.

Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?”, ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.

Bè, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei ancora un bambino, non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo, stupidamente, a misurarti con il metro della mia età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande com’è l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che son venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna. E una misera riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “E ancora un bambino, un ragazzino!”

Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho chiesto sempre troppo, troppo.

Beh! Credo che non ci sia nulla da aggiungere.
Essendo papà anch’io ho molto apprezzato il coraggio del papà nell’ammettere il proprio errore, peraltro molto diffuso tra i genitori (me compreso).

La morale del racconto, a mio avviso, è questa: non bisogna criticare gli altri, non serve a nulla se non a ferire l’orgoglio delle persone, anche di quelle a cui vogliamo più bene!
Personalmente l’ho inserito tra i miei propositi per il nuovo anno.

Cosa ne pensi? Sia che tu lo legga per la prima volta oppure che tu lo rilegga, quali emozioni ti ha suscitato la lettura di questo racconto?

3 commenti

1 Patrizia { 01.11.10 alle 19:06 }

Quante sensazioni già vissute in queste parole! Quante volte “per il loro bene” abbiamo ripreso, a volte anche in malo modo, i nostri bambini. Ora sono degli uomini. Se è vero che non serve a nulla farsi dei sensi di colpa ormai, sono certa che ammettere che, pur in buona fede, si sono commessi degli errori sia una cosa dovuta a questi giovani uomini. Forse li aiuterà a essere uomini e, chissà, genitori migliori sapere che anche i genitori sanno ammettere i propri errori.

2 Antonio { 01.12.10 alle 19:03 }

Grazie Patrizia per il tuo intervento.
Ho voluto riportare questo breve racconto, peraltro già conosciutissimo in Rete, non certamente per farci dei sensi di colpa, ma bensì per riflettere su quante volte, in passato e magari anche a tutt’oggi, le nostre reazioni hanno l’unico scopo di ottenere un vantaggio immediato: l’obbedienza dei figli, un certo comportamento da adottare, ecc.
Dovremmo invece, specie per il nostro ruolo di genitori, pensare a quali risultati tendere sul lungo termine ed adottare di conseguenza le nostre reazioni: non abbattere l’autostima dei nostri figli ma instillare in loro la volontà di migliorarsi, anche se ciò comporta “seminare” oggi per (forse) “raccogliere” chissà quando.

3 Pasquale { 01.13.10 alle 06:17 }

Una bellissima sensazione! Oggi ci rifletterò molto…grazie

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